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"Voglio smettere le sedute ma il mio psicologo non è d'accordo. Come mi comporto?"

La scelta è solo tua

1 giugno 2007


Il diritto di interrompere il ciclo dei colloqui ce l'hai in ogni momento e non hai bisogno di essere autorizzato da nessuno. Indipendentemente dal motivo, perché non ci sono ragioni "buone" e ragioni "cattive": se questa decisione è irrevocabile nessuno può impedirtelo né processare le tue motivazioni. Dice infatti il Codice Deontologico degli psicologi italiani: "lo psicologo rispetta la dignità, il diritto (...) all'autodeterminazione e all'autonomia di coloro che si avvalgono delle sue prestazioni" (art. 4).

Dunque basta dire "me ne vado" e lo psicologo non fa nulla?
Un momento: non può impedire la tua decisione, ma può voler richiamare la tua attenzione sulle ragioni che ti portano a chiudere gli incontri. Il che non significa che si opponga: vuole solo che tu faccia questo passo nel modo più consapevole possibile.
Questo avviene perché l'esperienza clinica porta a notare che alcuni pazienti vogliono andarsene, più o meno consciamente, proprio quando il percorso entra nel vivo. E' assurdo?
Mica tanto. Lungo la terapia a volte si affacciano dei contenuti un po' troppo impegnativi oppure un po' troppo dolorosi: ecco perché alcune persone scelgono proprio in quel momento la via della fuga, come forma estrema di autoprotezione. In fondo si dice che "occhio non vede, cuore non duole".
Queste cose uno psicologo può tenerci a farle notare al suo paziente. Come pure può proporgli di incontrarsi ancora per qualche colloquio, in modo da tirare le somme del lavoro fatto fin lì.
In questi casi egli non intende contrastare le scelte del paziente ma vuole rendergli più trasparenti le sue motivazioni.

Allora è meglio non ascoltare la voglia di andarsene?
Beh, di sicuro se lo stop avviene perché il cammino si sta facendo troppo difficile ci saranno dei contenuti che non verranno affrontati. Ma il problema è un altro: chi può decidere al posto del paziente, chi può assumersi il diritto di soppesare la fatica del percorso e stabilire se lui ha o no le forze per proseguire? Nessuno, credo, nessuno tranne lui. Prendendoci o meno, certo: ma se è vero quel che abbiamo detto finora, e cioè che un paziente va rispettato nella sua autonomia, la questione non è se egli abbia ragione o no (e tanto si potrebbe discutere già solo su cosa voglia dire "aver ragione" quando si parla di vissuti interiori), ma che, di fronte a un paziente che ha deciso, uno psicologo serio prende atto e non si oppone.
A meno che non crediamo che lo psicologo sia lì per vagliare la "genuinità" delle motivazioni del paziente. Ennesima bufala per cui il professionista, in virtù di chissà quali arcani poteri, dovrebbe saper leggere nella mente delle persone e avrebbe più diritti del paziente stesso a pronunciarsi sulle sue scelte.

Un paziente "meno bravo" di altri?
Un'ultima osservazione.
Comunemente si pensa che fuggire di fronte ai problemi sia sbagliato, che sia indice di vigliaccheria, di debolezza. Chi si ferma è perduto, si dice. Per cui il paziente che decide di fermarsi sembrerebbe passibile di una grave onta: quella della vigliaccheria. Non ha avuto abbastanza coraggio, non ha avuto abbastanza carattere, è un debole... e quindi è scappato, il fifone.
Io voglio invece proporre una lettura alternativa della fuga: la fuga anche come possibile scelta positiva.
Sì, perché il saggio non è solo colui che sa scegliere quali battaglie combattere ma anche chi sa individuare quelle da non combattere. Perciò
io non credo che un paziente che dice stop sia "meno bravo" di un altro che va avanti. Semplicemente egli valuta le armi a sua disposizione e decide che per il momento gli va di spingersi solo fin lì e non oltre. Può anche darsi che più avanti cambi idea, oppure no. Come pure può darsi che quei temi verranno affrontati non durante una successiva psicoterapia ma attraverso altre esperienze di vita: tutto è possibile. Ma per ora è questa la sua scelta. 





Dott.ssa Silvia Bianconcini - V.le De Amicis I tr. 4 - 40026 IMOLA (BO) - 335/6306663
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