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"Lo psicologo di un mio caro non vuole che lo chiami!"

Non sempre lo psicologo può accettare: vediamo perché



1 giugno 2007



Partiamo sempre dall'assunto che gli psicologi lavorano in modo molto differente fra loro. Una delle differenze è data da chi partecipa alle sedute: che sia una persona singola, una coppia, una famiglia oppure un gruppo, tutto è possibile e dipende dall'impostazione del professionista e dalla situazione affrontata.
Di solito questo importantissimo aspetto viene concordato all'inizio, prima di partire con il lavoro vero e proprio, e fa parte di tutta una serie di accordi preliminari come ad esempio ogni quanto spesso ci si vedrà, cosa si farà durante gli incontri, quanto costa ogni seduta, se si usa il lettino o la poltrona... eccetera.

Cena placé o festa sfrenata?
Se questi elementi vengono cambiati in corso d'opera è un po' come quando siamo invitati a una serata di cui ci vien detto che sarà una cena seduti, molto elegante, con una decina di invitati. Noi ci prepariamo con cura, scegliamo un bell'abito, un bel paio di scarpe coi tacchi, ci facciamo una acconciatura raffinata, ci presentiamo all'ora convenuta, puntuali, con un mazzo di fiori per la padrona di casa attendendoci atmosfere tranquille e raffinate... e ci troviamo nel bel mezzo di una festa in stile anni Settanta con musica psichedelica e tutti gli invitati vestiti come dei figli dei fiori. Nessuno ci ha avvisto che la serata ha cambiato impostazione: abbiamo tutto il diritto di essere seccati. Magari una festa non ci interessava proprio e sapendolo stavamo a casa.


Ecco, nel rapporto che lega paziente e psicologo funziona allo stesso modo. Poniamo, per fare un esempio che ben conosco perché è il mio approccio, che sia stato concordato un percorso individuale cioè un lavoro a tu per tu con una persona singola. In questo caso gli "attori" sulla scena sono due, lo psicologo e il paziente. Questo esclude automaticamente dalla cerchia di persone con cui avere contatti chiunque altro: parenti, amici, partner. Paziente e psicologo potrebbero anche, volendo, decidere di cambiare i termini del rapporto e includervi anche altre persone: ma in mancanza di una decisione esplicita e concorde i confini della situazione rimangono quelli decisi all'inizio.


"Quante storie per una telefonata! In fondo che problema c'é?"
Pensate che tutta questa attenzione al rispetto dei confini sia una questione di lana caprina? Beh, non è così.
I confini servono a creare un "dentro" e un "fuori" e se non è più chiaro quel che è dentro e quel che è fuori possono nascere molti problemi.
Qualche paziente ad esempio potrebbe chiedersi: "Perché il terapeuta, che all'inizio aveva detto che teneva i contatti solo con me, adesso parla al telefono con i miei cari? Non presterà più fede a loro che a me?". Qualcun altro potrebbe pensare: "E se il mio terapeuta raccontasse quel che io gli dico in seduta?". Qualcuno potrebbe temere che lo psicologo non si fidi abbastanza di lui, non lo reputi attendibile, non lo stimi abbastanza. Qualche altro paziente potrebbe vivere il cambiamento dei confini come un tradimento della fiducia che all'inzio gli si era accordata. E così via. Sentimenti come questi, e molti altri ancora, possono ostacolare anche pesantemente il rapporto; in casi estremi potrebbero anche deteriorarlo e impedirne la prosecuzione.


C'è poi anche da ricordare che la legge obbliga uno psicologo all'osservanza strettissima del segreto professionale: non può divulgare nessuna informazione emersa durante le sedute. Quindi, se una terza persona prova a contattare lo psicologo perché, putacaso, è preoccupata di come sta il paziente e vuole rassicurazioni o consigli, lo psicologo non può esaudirla.

"Ma io ho propro bisogno di parlargli, come posso fare?"
Non ci sono regole uguali in ogni caso ma una c'è sempre: lo psicologo deve prendere ogni decisione tenendo presente prima di tutto il rapporto instaurato col paziente e deve mettere il bene del paziente in cima a tutto.
Il resto dipende dal tipo di situazione e dall'orientamento del professionista. Egli può ad esempio invitare la persona a un incontro chiarificatore in presenza del paziente, ma solo se quest'ultimo è d'accordo. Oppure può proporre al paziente di includere stabilmente questa terza persona nel rapporto terapeutico, che quindi da duale diventa triangolare: ma se il paziente rifiuta non se ne può far nulla. Oppure ancora può scegliere di declinare ogni richiesta di questa persona, invitandola piuttosto a rivolgersi a sua volta a uno psicologo che le faccia da punto di riferimento. Quel che conta è che gli accordi iniziali siano mantenuti e che ogni trasformazione avvenga, se necessaria, rispettando il paziente e i suoi desideri.





Dott.ssa Silvia Bianconcini - V.le De Amicis I tr. 4 - 40026 IMOLA (BO) - 335/6306663
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