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salta fuori che siamo tutti matti!" |
| C-e-r-c-a-- n-e-l-- s-i-t-o--: |
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| "Qua salta fuori che siamo tutti
matti!" |
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| 19
marzo 2004 |
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| E'
il nostro istinto di sopravvivenza che ci fa temere le malattie |
| La paura delle malattie è una delle
paure più classiche di noi uomini. Per forza temiamo le
malattie: esse ostacolano il nostro benessere e quindi rendono
più difficile il nostro adattamento alla realtà,
talvolta addirittura mettendo a rischio la nostra sopravvivenza. |
| La paura di avere una malattia della mente
è probabilmente ancora più profonda. Forse
perché tendiamo a identificarci in modo molto più
stretto con la nostra mente che non col nostro corpo: e allora se
è la mente che si ammala abbiamo la sensazione che possa
essere intaccata la nostra più intima essenza. |
| Forse è per questo che fra le domande
che più spesso mi sento rivolgere ci sono quelle che
riguardano la differenza fra sano e malato: |
| "Questo comportamento
è normale?" |
| "Come faccio a capire
se soffro di una malattia mentale?" |
| "Sono sano?" |
| "Non sarà
che anche a me può capitare di..." |
| "Soffro forse di una fobia?" |
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| Avete
visto "A Beautiful Mind"? |
| Se lo avete visto, c'è un ottimo esempio
di quel che sto cercando di spiegare. Per buona parte del film non
è chiaro allo spettatore che il protagonista soffre di
schizofrenia, perché i personaggi e le scene che - poi lo
scopriamo - si svolgono solo nella sua mente vengono rappresentati nel
film come se fossero reali. Solo a metà della storia ci
rendiamo conto di avere visto una realtà che non
c'è. Una trovata cinematografica geniale per farci
condividere il disorientamento che prova il protagonista quando scopre
di avere una malattia mentale: come lui, anche noi restiamo allibiti.
"Ma se tutto sembrava così vero, così reale...".
Penso che buona parte dell'effetto scioccante dipenda dal fatto che
questa scena tocca proprio questa fantasia, frequente in molte persone:
la paura di soffrire di qualche malattia mentale di cui noi non siamo
consapevoli. |
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| Certi
fatti di cronaca spingono al massimo queste paure |
| Questa è una osservazione che ho tratto
dalla mia personale esperienza clinica: ogni volta che la cronaca
racconta di qualche fatto clamoroso commesso da una persona che ha una
qualunque forma di sofferenza psichica, le persone tendono a farsi
più spesso del solito domande sulla loro salute mentale. |
| Se ad esempio i giornali raccontano di un delitto
commesso da una persona "che soffriva di crisi depressive" (ah, questo
vocabolo quanto va di moda adesso!), chi è in
cura per depressione potrebbe preoccuparsi di poter compiere anch'egli
qualcosa di simile. Non ho usato a caso l'esempio della depressione:
perché questo vocabolo ultimamente sembra avere un certo
fascino, tanto da essere usato dai mass media per descrivere ogni situazione di sofferenza psichica. E
probabilmente con questa parola si finiscono per descrivere anche
condizioni che con la reale depressione non hanno nulla a che spartire
(anche se qui posso solo fare ipotesi, perché non conoscendo
direttamente i casi clinici non posso essere certa della diagnosi). |
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| Che
fare di queste preoccupazioni? |
| Poiché il confine tra la cosiddetta
normalità e la cosiddetta patologia è sfumato,
tanto da non esserci una linea di demarcazione netta, chiedere se un
certo comportamento sia normale o patologico non è un modo
corretto di porre il problema. |
| Penso che il modo migliore di rispondere a queste
domande sia di trasformarle. Quando ci viene da chiederci "Questo
comportamento è normale?", potremmo sostituire questa
domanda con: "Questo modo di "funzionare" mi aiuta a vivere bene la mia
vita? Mi permette di affrontare positivamente i compiti dell'esistenza?
Mi aiuta o mi ostacola?" |
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| Facciamo
qualche esempio |
| E' buona norma curare l'igiene personale per
proteggersi dalle malattie. Nessuno si sognerebbe di definire malato
chi si lava le mani prima di mangiare. Ma esistono delle persone che
non possono trattenersi dal lavarsi le mani infinite volte al giorno,
senza un motivo ragionevole. Esse possono capire che stanno facendo
qualcosa di irrazionale, ma non possono fare a meno di farlo. Anche se
la loro scrupolosità igienica li condiziona in modo
incredibile, interferendo nella vita quotidiana e nei rapporti con gli
altri. La patologia sta nel gesto del lavarsi le mani? Ovviamente no.
Sta piuttosto nel contesto: se lavarsi prima di mangiare ha un senso
perché mi agevola, mi aiuta a non ammalarmi, farlo di
continuo e lasciare che questa abitudine interferisca nella mia vita
quotidiana in modo drastico non lo ha. Ecco allora come lo stesso
comportamento può apparire sia nel cosiddetto "sano" che nel
"malato". |
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| Un
altro esempio |
| E' ormai assodato che curare l'alimentazione ed
evitare gli eccessi aiuta ad avere una vita sana. Ma sappiamo tutti
molto bene che un conto è limitare gli stravizi, tutt'altra
cosa è fare la fame (fino talvolta a rischiare carenze
alimentari se non, in casi estremi, la vita stessa). Dunque anche qui
la differenza la fa non il comportamento in sé, ma il posto
che quel comportamento occupa nella vita della persona: nel primo caso
aiuta a vivere meglio, nel secondo peggiora la qualità della
vita. |
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| Occhio
alle cantonate! |
| Ricordo ancora oggi, a distanza di anni, il caso di
una ragazza che mi fu inviata come "sofferente di anoressia". Il bello
è che l'anoressia non c'entrava proprio per niente: aveva
invece una (fortunatamente leggera) forma depressiva, ed era questo che
la portava a sottoalimentarsi. Vedete come si può andare
fuori strada se ci si limita a volere valutare un singolo
comportamento, senza un contesto generale a cui riferirlo? |
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| Dott.ssa Silvia Bianconcini - V.le De Amicis I tr.
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