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"Per fare una psicoterapia devo smettere le medicine?"

Sule medicine le decide il medico. Quanto allo psicologo...

1 giugno 2007

Per prima cosa uno psicologo non può, a meno che non sia anche un medico, dare nessuna indicazione sulle cure farmacologiche di un paziente: per legge può farlo solo il medico. Quindi uno psicologo non può dire a un paziente né di smettere, né di modificare, né di iniziare una terapia con farmaci: se pensa che si possa intervenire anche con le medicine l'unica cosa che può fare è invitare il paziente a sottoporre il suo problema a un medico e attenersi poi alla sua valutazione.


In secondo luogo non c'è nessuna legge che obblighi i pazienti a scegliere: o le medicine o la psicoterapia. E' però possibile incontrare specialisti che non se la sentono di lavorare con chi segue cure farmacologiche. In questo caso al professionista, che non può pronunciarsi su una terapia con farmaci, non rimane che declinare onestamente l'incarico.

Perché qualcuno può rifiutare la presa in carico?
Va bene: qualche psicologo può pensare che le medicine non vadano a braccetto con una psicoterapia, ma perché?
Non c'è un unico motivo, ancora una volta è impossibile generalizzare.
Spesso comunque il rifiuto può dipendere dal timore che il paziente rischi di usare le medicine come scorciatoia, per evitare i temi più cruciali della terapia. Se, poniamo, una persona chiede aiuto perché soffre di una leggera forma d'ansia e la combatte con ansiolitici, qualche psicologo potrebbe ritenere che questa persona sia tentata di rifugiarsi nella medicina come alibi per aggirare la difficoltà di capire cosa si celi dietro a quell'ansia. In questo caso il professionista potrà esaminare con il paziente se questi se la sente di fare a meno dei farmaci (ma non potrà mai, come abbiamo appena visto, imporgli di eliminarli). Se il paziente accetta di provare e il medico è d'accordo, tutto bene. Se il paziente dice di no o è il medico a essere contrario, al nostro psicologo non resta, onestamente, che rinunciare a seguire il caso.

Ed è a questo punto che alcuni possono trarre conclusioni affrettate: pensano che il loro caso sia "incurabile"o che sia "un caso disperato". Niente di tutto questo! Non vuol dire neppure che quello psicologo sia meno capace di altri suoi colleghi, né tantomeno che quel problema vada trattato per forza in quel modo e non in altri. Vuole semplicemente dire che per quel professionista non ci sono gli estremi per fare un buon lavoro con quella persona.
Ma gli psicologi sono tanti, e tantissimi sono i loro orientamenti. E' sempre possibile che ci siano altri colleghi, con impostazioni differenti, disposti ad accettare la situazione. Ci sono infatti anche psicologi che non hanno problemi a lavorare con pazienti che usano medicine. Alcuni di loro possono anche stare in contatto con il medico che le prescrive, in modo che entrambe le figure possano seguire il caso nel modo più completo (questa intenzione comunque viene sempre comunicata al diretto interessato).

Dunque la soluzione al problema è semplice: se i farmaci non si possono o non si vogliono interrompere non è detto che si sia finiti in un vicolo cieco. A volte basta interpellare altri specialisti finché non si trova quello che accetta l'incarico e che ci propone un precorso che ci sentiamo adatto. 

A proposito: le medicine sono state prescritte a te, vero?
Una precisazione però bisogna farla. Ho potuto osservare che più di un paziente prende farmaci prescritti non a lui ma a qualcun altro su cui sa che hanno funzionato. Tornando all'esempio dell'ansia, magari quel paziente ha una partner che ha preso per un po' qualche goccia di ansiolitico, la boccetta è rimasta nell'armadietto dei farmaci e quindi... "se ha fatto bene a lei farà bene anche a me", pensa. E prende qualche goccia pure lui. Ha in mente la partner che, prendendo il farmaco di tanto in tanto, alla fine è stata meglio. Ne copia l'esempio, convinto che andrà tutto bene, lo prende per un po', poi decide di smettere di usarlo perché sta bene... e si ritrova con una fastidiosa ansia di rimbalzo che gli fa pensare che non riuscirà mai a risolvere il suo problema e lo fa piombare nella disperazione. Cosa c'è di sbagliato in lui? Perché non riesce a rimettersi in sesto?
Gli basterebbe poco: consultarsi col suo medico. Che gli direbbe che probabilmente ha usato la medicina per un periodo piuttosto lungo e così, a differenza della sua partner, il suo fisico ci si è abituato e ora per eliminarla senza star male deve scalarla sul lungo periodo, seguendo i dosaggi che lui gli indicherà.
Ma il nostro paziente non ne ha voglia, oppure si sente in imbarazzo a raccontare tutto questo.
Allora cosa fa? Fa da solo ancora una volta. "Forse", pensa, "ho bisogno di un dosaggio maggiore". E aumenta le gocce. Senza sapere che così aumenta la sua dipendenza fisica. E senza sapere che se supera di molto i dosaggi consigliati può avere, fra i sintomi di sovradosaggio, un curioso fenomeno: una forma di ansia causata proprio dal troppo farmaco, che lui invece interpreta come ennesimo segnale che bisogna alzare ancora le dosi, e poi ancora, e poi ancora...

Sono cose che succedono davvero
Non sto raccontando una storia del tutto inventata. Mi capitò davvero una persona che non capiva il perché di tutta quell'ansia e pensava che ci fosse qualche problema insuperabile di cui non si capacitava. Mi disse che prendeva ansiolitici in quantità che mi sembrò da cavallo. Sospettavo che si trattasse proprio della conseguenza di un eccesso di farmaco, ma non sono un medico e quindi non sapevo se confermare o meno la mia ipotesi. Suggerii a quella persona di parlarne subito con il suo dottore, che in effetti gli sistemò la cura riportandola a dosaggi più umani. Inutile dire che il disagio sparì.
Non sottovalutiamo quindi il fatto che ogni persona è diversa dall'altra e che quel farmaco che va tanto bene per qualcuno non necessariamente va bene per tutti. Meglio consultarsi col medico una volta in più che avventurarsi in operazioni azzardate.



 


Dott.ssa Silvia Bianconcini - V.le De Amicis I tr. 4 - 40026 IMOLA (BO) - 335/6306663
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